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Ad ogni cittadino la sua ….. fetta.                                                          pub. 27/07/16

 

Il fondo del barile l’avevano già raschiato. Ma in nome del al referendum si possono anche avere esternazioni demenziali come quelle espresse dal  ministro delle Riforme Maria Elena Boschi a Termoli (Molise) che in pratica ha sostenuto che bisogna votare Sì nel referendum d’autunno, anche per difendersi dal terrorismo. Per la Boschi i partigiani veri voteranno SI’. Come se i partigiani che voteranno NO siano falsi partigiani, gente che in montagna ci andava solo per cercare funghi. Renzi ha detto che, se vincerà il NO al referendum, sarà il paradiso degli inciuci, pensando forse che nessuno si fosse accorto che sta governando coi voti di Alfano, Verdini e Cicchitto e che il suo è il terzo governo illegittimo non eletto dai cittadini ma dal grande presidente emerito Napolitano (ancora vivente). Non va dimenticato che Verdini ha a suo merito cinque rinvii a giudizio che ovviamente si dissolveranno come una bolla di sapone. Ma vediamo meglio a quali inciuci si riferisce San Matteo, che promette verranno cancellati dal Sì al referendum costituzionale.  Come evidenziato dalla Boschi, l’importante è che i cittadini ne possano avere una bella fetta, di riforme intendo.Napolitano è stato per 9 anni primo cittadino della Repubblica. Un gossip, sommesso e mai ufficialmente smentito, vorrebbe  re Giorgio addirittura figlio illegittimo di re Umberto di Savoia. La madre, Carolina Bobbio, era la contessa di Napoli e dama di compagnia della regina. Questo fatto ben documentato, costò a Napolitano l’elezione a segretario del PCI quando Berlinguer morì.  Così nel tempo abbiamo subìto gli effetti della sua poliedrica personalità, perché Napolitano,durante l’università, fu iscritto ai GUF

(gruppi universitari fascisti). A quel tempo la sua illusione era il fascismo, ma dopo il 1946 fu “fulminato” dal comunismo. Nell’area comunista da allora avrebbe «soggiornato» con successo di ruoli e cariche, fino al trauma della Bolognina e al successivo congresso di Rimini, che segnò la fine del Pci.  Manterrà il ruolo di deputato per ben 43 anni, dal 1953 al 1996 con un’unica eccezione, quella della IV legislatura, nella quale Napolitano non fu eletto.  Egli ha però sempre omesso il titolo di conte (come Berlinguer faceva con il suo titolo di marchese), trasmessogli dalla madre. I Savoia devono a lui lo scavalcamento della norma transitoria della Costituzione che impediva il loro ritorno in Italia. È stato certamente complice del vero e proprio colpo di stato con cui le élite europee fecero cadere Berlusconi nel 2011, attribuendo simultaneamente l’incarico al suo grande amico Mario Monti, nominato qualche giorno prima senatore a vita.

Quando Renzi parla di inciuci non si capisce a cosa si riferisca di preciso visto che evidentemente non ritiene tali quanto segue:

Ha concordato con Berlusconi “il patto del Nazareno” (salvo poi tradirlo), tenendo nascosti ai cittadini gli accordi per spartirsi cariche politiche e potere finanziario, creando in Parlamento una maggioranza trasversale che rappresentava tutti gli interessi possibili ma non certo la volontà del popolo italiano. Linea politica che ha poi portato all’atteggiamento assunto, con voto segreto, dalla maggioranza dei senatori del Pd che ha ritenuto di salvare dall’arresto il senatore Azzollini (NcD), accusato nell’ambito del crack delle case di cura di 500 milioni di euro di cui oltre 350 milioni frodati allo stato.

Un governo sporco di petrolio fa propaganda per convincere i cittadini a “restarsene a casa e a non andare a votare all’imminente referendum sulle trivelle, in modo tale che non si raggiunga il quorum. E l’ex-Presidente della Repubblica, Napolitano gli dà man forte: sia Renzi che Napolitano fanno apologia di reato invitando gli elettori ad astenersi. Vi è una norma (l’art 98 del testo unico del 1957) che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni il pubblico ufficiale che lo faccia. E questa norma vale non solo per le elezioni, ma anche per i referendum, come risulta nero su bianco dalla legge n. 352 del 1970. Nel frattempo assistiamo alle dimissioni di Federica Guidi (ex-Ministra dello sviluppo economico) a causa dello scandalo sulla estrazione di petrolio di “Tempa Rossa” che ha visto indagato Gianluca Gemelli, che della Guidi è il compagno. Il chiodo fisso della ministra era sempre stato “Rimuovere gli intoppi per lo sfruttamento del petrolio in Basilicata”.

Ancora una volta si disegnano i contorni ormai consueti di una micro-cricca di “imprenditori”, manager, committenti, contraenti, appaltatori e subappaltatori, faccendieri e politici impegnati nel saccheggio organizzato di risorse comuni. La lettura delle intercettazioni rivela la prassi  di una corruzione che si fa “politica” solo di sponda, poiché il suo tratto dominante è il fervore di un capitalismo familista-amorale.

Precedentemente abbiamo assistito alle dimissioni del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi (NcD). Incarichi di lavoro e regali alla famiglia Lupi con il coinvolgimento di Incalza superdirigente del ministero delle Infrastrutture, finito in carcere insieme ad altre quattro persone nell’inchiesta della Procura di Firenze sugli appalti delle Grandi Opere, tra questi Stefano Perotti (imprenditore ndr) ha procurato degli incarichi di lavoro a Luca Lupi, il secondogenito del ministro in quota a Comunione e Liberazione. In pratica indagine fotocopia di quelle che hanno scoperchiato la cricca nascosta sotto Expo o Mose.

A Firenze invece è indagato il cognato di Renzi. Andrea Conticini, marito della sorella del presidente del consiglio. E’ accusato di aver acquisito quote societarie con denaro proveniente da note organizzazioni umanitarie. Denaro fornito dai suoi due fratelli, Alessandro e Luca, accusati di appropriazione indebita. Andrea è stato agente di Dot Media, società di comunicazione di fiducia di Renzi, di cui è socio il fratello Alessandro.

Nel 2007 Pier Luigi Boschi, il padre del ministro per le Riforme, portò a termine un grosso affare immobiliare insieme a un socio calabrese che secondo la Dda di Firenze era legato alla ‘ndrangheta crotonese. Per quella compravendita Boschi venne indagato nel 2010 ad Arezzo per turbativa d’asta e successivamente per estorsione, ma poi fu definitivamente archiviato a novembre 2013 dal pm Roberto Rossi, che a distanza di qualche mese divenne capo della Procura aretina.

Dal 2011 fino al commissariamento dell’11 febbraio 2015, Pierluigi Boschi faceva parte del Cda di banca Etruria. Non appena la figlia Maria Elena diventa ministro, il papà diventa vicepresidente della Banca. Non solo: il ministro è azionista e il fratello è stato dipendente fino alla vigilia del crac. Conflitti di interesse evidentissimi.  Bankitalia, constatando le “forti criticità crescenti” e una situazione disastrosa, commina multe per 2.5 milioni di euro al cda della Banca. Viene multato per 144mila euro anche Pierluigi Boschi. Per cosa? “Carenza di organizzazione e controlli interni, carenze nella gestione e controllo del credito, violazioni in materia di trasparenza, omesse o inesatte segnalazioni”. Praticamente non ha fatto niente di tutto quello che doveva fare: anzi, ha fatto l’esatto contrario. Senz’altro persona “perbene”, come dice la figlia, ma che verosimilmente ha sbagliato lavoro.

Ci sono stati omessi controlli, conflitti d’interesse, favori ai soliti noti, regole cambiate in corso d’opera, l’atteggiamento di Bankitalia, e Consob, pagatissimi dirigenti che hanno fatto più danni delle cavallette; com’è possibile che  la Boschi fosse all’oscuro di tutto? Comunque nel dubbio, nel pomeriggio del 20 gennaio 2015, in neanche due ore, il governo Renzi (tramite decreto)  trasforma le banche popolari con almeno 8 miliardi di attivo in Spa. Chi ci guadagna di più? Guarda un po': Banca Etruria, che registra in borsa la migliore performance dell’anno (+62.5%). La Boschi, durante il Consiglio di ministri che vara rapidamente il decreto, non c’è. E’ assente. Ma questo forse non basta per non parlare di conflitto di interessi. Dopo il lavoro offerto all’ingegnere Pier Francesco Boschi, 28 anni fratello della ministra, da parte della Cmc di Ravenna ecco un’altra grande cooperativa rossa che sceglie tra tanti commercialisti proprio Emanuele Boschi, 33 anni ed altro fratello della ministra, per seguire la ristrutturazione societaria più delicata della sua storia. Boschi jr ha ricevuto un incarico di consulenza per oltre 150 mila euro dal Ccc di Bologna, il Consorzio Cooperative Costruzioni nato nel 1912 con il nome di Consorzio fra le cooperative di birocciai, carrettieri ed affini.

Socio di studio insieme a Emanuele Boschi, sono Federico Lovadina già presidente della municipalizzata dell’energia di Firenze (casualità) e Francesco Bonifazi, avvocato deputato e tesoriere del Pd (casualità), nonché ex fidanzato del ministro Maria Elena Boschi. Insieme hanno dato vita a Integra: l’operazione, avviata nel giugno del 2015, da 42 milioni di euro di capitale e due miliardi di portafoglio lavori, il nuovo soggetto continuerà a fare il mestiere dell’antico Consorzio Ccc, cioé gestire le gare per le tante coop consociate per un giro di affari di 6 miliardi. 

Emanuele Boschi ha avuto la buona idea di defilarsi alla vigilia del crac della banca nella quale il vicepresidente era il padre Pier Luigi, nell’aprile del 2015 è andato a lavorare a Firenze nello studio BL di Francesco Bonifazi e Federico Lovadina in via Mantellate 9. Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi e Federico Lovadina vengono tutti dallo studio Tombari di Firenze. Non stupisce quindi che l’amico del ministro abbia preso sotto la sua ala il fratellino. Dal giugno 2015 Boschi jr. è anche presidente della società Mantellate Nove Srl di cui Bonifazi e Lovadina sono soci al 25 per cento ciascuno.

Viene invece respinta la richiesta di archiviazione per il fallimento della Chil Post che vede indagato il padre del premier, Tiziano Renzi. Le indagini andranno avanti. Lo ha deciso il gip del Tribunale di Genova Roberta Bossi che ha disposto nuovi approfondimenti per il crac della società di marketing.

Il padre del premier era stato accusato di una bancarotta fraudolenta per 1,3 milioni di euro a seguito del fallimento della Chil. Il curatore fallimentare aveva ravvisato alcuni passaggi sospetti nella cessione di rami d’azienda ‘sani’ alla Eventi Sei, società intestata alla moglie di Tiziano Renzi, Laura Bovoli, per poco più di 3000 euro, cifra non ritenuta congrua.

Dieci società in trent’anni e appena un dipendente a tempo indeterminato: il figlio Matteo. Della vita imprenditoriale di papà Tiziano Renzi, ora sotto la lente degli inquirenti di Genova, colpisce anche la gestione del personale. Dal 1984 a oggi, le dieci società che impegnano Renzi senior fanno uso quasi esclusivo di lavoratori atipici. Anche le sorelle di Matteo, del resto, sono tuttora inquadrate nell’azienda di famiglia, la Eventi 6, con contratti co.co.co. E l’attuale premier è stato regolarizzato appena una settimana prima della candidatura alla poltrona sicura di presidente della Provincia di Firenze così da vedersi versare i contributi previdenziali prima da Palazzo Medici Riccardi e, una volta diventato sindaco, da Palazzo Vecchio. Lui si è affidato alla politica, mica ai sindacati.

Nei capannoni renziani nessun problema di licenziamenti per l’articolo 18, picchetti per la tutela dei diritti, cause di lavoro e via dicendo. Tutto dribblato alla radice. E ora, da premier, Renzi junior ha adottato il Jobs act, (riforma del lavoro).

Quando Il Fattoquotidiano raccontò dei contributi figurativi incamerati da Matteo Renzi facendosi nominare dirigente dal padre prima di diventare presidente della Provincia di Firenze, il premier annunciò che si sarebbe dimesso. Oggi ci risulta ancora al suo posto anzi, nel posto usurpato che nessuno gli ha dato se non re Giorgio.

Matteo Renzi è stato assunto dall'azienda di famiglia, la Chil srl, il 27 ottobre 2003, undici giorni prima che l'Ulivo lo candidasse all'elezione in Provincia. Lui però non poteva sapere ben undici giorni prima che sarebbe stato candidato alle elezioni (n.d.r.). In undici giorni è stato assunto, candidato e pensionato.

Invece di dimettersi si scoprì che ritirò il denaro dei contribuenti. La stranezza è che mamma e papà scoprono di avere bisogno del figliolo proprio quando Matteo ha deciso di fare per 5 anni il presidente della Provincia. Mentre le due sorelle, che tirano la carretta, restano cococo. La scelta di mamma e papà Renzi ha un effetto immediato: grazie allo Statuto dei lavoratori, Matteo Renzi beneficia dei contributi figurativi. Così il presidente della Provincia eletto nel giugno del 2004 (e poi sindaco di Firenze) ha diritto al versamento dei contributi da parte dell’ente locale ai fini della pensione e del tfr. Di conseguenza per 10 anni, i suoi contributi vengono pagati dai fiorentini. Ci sono però similitudini con il caso di Josefa Idem. L’ex ministro fu assunta nel 2006 dall’associazione sportiva del marito, pochi giorni prima di essere nominata assessore a Ravenna. Per otto mesi aveva ottenuto i contributi figurativi dal Comune come Renzi. Per lei però  il pm di Ravenna, Angela Scorza, ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa aggravata. L’ex ministro ha offerto anche la restituzione dei contributi al Comune. Renzi non risulta essere mai stato indagato. Nel frattempo è divenuto premier, non ha mai offerto la restituzione dei contributi versati (circa 200mila euro e non i miseri 8mila e 600 di Idem) ed ha anche incasso i 48mila euro (circa) del tfr.

Quante promesse e giravolte abbiamo sentito da parte di questo governo? Decisamente troppe.

Dopo la promessa “da marinaio” del Presidente del Consiglio di dimettersi nel caso al referendum vincano i no, il suddetto venditore di pentole sta giorno per giorno correggendo il tiro fino ad affermare oggi che “vada come vada il governo resterà in piedi fino al 2018”. Ma allora significa che lo vuole mantenere in piedi a tutti i costi come se il suo fosse un governo legittimo mentre  è solo il frutto di un colpo di stato non violento messo in atto dalle Banche, dagli imprenditori, dalle lobby della finanza, dai comitati d’affari, dagli amici intimi che hanno trasformato il governo in una ridicola agenzia di collocamento parentale. Dove sono i garanti della democrazia? Basta con le leggi scritte sotto dettatura da banche, banchieri e petrolieri, della Confindustria, Fiat e Mediaset, della Lega Coop e Compagnia delle Opere.

Adesso in tanti, anche della maggioranza, chiedono di rivedere l’Italicum ma l’unico che ha detto senza mezzi termini come stanno le cose, è Giampaolo Galli, fino al 2012 direttore generale di Confindustria e ora deputato del Pd che ha affermato “L’Italicum è una buona legge, ma forse va cambiato. L’Italia non può permettersi un monocolore M5S. La riforma della riforma deve essere affrontata subito visto che “oggi la questione si pone in termini diversi da come si poneva prima delle elezioni amministrative perché a questo punto non si può escludere una vittoria del M5S alle prossime elezioni politiche”.

Una valanga di annunci inaugurata da Renzi, a Gennaio: “Con il nuovo Senato risparmieremo un miliardo”. Fu talmente grossa, che settimane dopo la Boschi abbassò il tiro. Ma mica di tanto, perché calcolò i risparmi in 500 milioni, tra taglio delle indennità ai senatori, soppressione delle Province e del Cnel. Peccato però che una stima della Ragioneria dello Stato, chiesta proprio del ministero delle Riforme fin dal 2014, avesse già chiarito che i numeri sono tutt’altro. Ovvero, i risparmi certi dalla riforma si fermerebbero a 57,7 milioni, mentre le spese del Senato scenderebbero solo del 9%.

Nel lontano 13 marzo 2014 il premier Matteo Renzi promise anche (in tv agli italiani), che il 21 settembre, giorno del suo onomastico, avrebbe fatto un pellegrinaggio al santuario di Monte Senario se il suo Governo non avesse pagato i 75 miliardi di euro di debiti (fonte Bankitalia) che la Pubblica amministrazione aveva contratto fino al 2013. L'11 agosto 2015 solo 38,6 miliardi di euro erano stati girati alle aziende. Renzi ha poi ammesso il flop (chissà come ha sofferto il suo ego).

Nello stesso tempo il Comune di Firenze (dove Renzi è stato sindaco) è costretto ancora una volta a ricevere i rilievi della Corte dei conti. Per il quarto anno consecutivo. L’intera gestione firmata Matteo Renzi. Ma questa volta ai giudici contabili non sono bastate le rassicurazioni di Palazzo Vecchio e non è stato sufficiente neanche l’intervento riparatore della giunta di Dario Nardella, che si è visto costretto a rimediare alla pesante eredità ricevuta. Per i giudici contabili rimangono “gravi irregolarità” che generano “oltre all’inosservanza dei principi contabili di attendibilità, veridicità e integrità del bilancio, anche violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità”. Per questo la Corte, il 31 luglio come già il 22 maggio, ha recapitato a Palazzo Vecchio un’ordinanza con cui invita l’ente “ad adottare entro 60 giorni i provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarità e a ripristinare gli equilibri di bilancio”. . E il successore-delfino Nardella deve ora trovare 50 milioni di euro.

Visto che non passa giorno che non venga indagato qualche esponente del PD, il governo decide allora il ridimensionamento, da un lato il potere dei magistrati attraverso la limitazione delle intercettazioni e dall’altro di far passare leggi bavaglio per i giornalisti. Se nessuno può parlare di un fatto è come se non ci fosse mai stato. Giusto? Proprio come tentò di fare a suo tempo Silvio Berlusconi. Oggi però governa il PD o meglio chi dice di rappresentarlo assieme ad una nutrita schiera di ex berlusconiani.

La vicepresidente del Pd Serracchiani (nonché presidente della regione Friuli Venezia Giulia) e il ministro della Giustizia Orlando, ma anche Bindi, Speranza e tanti altri: erano pronti a immolarsi (a parole) per difendere la libertà di informazione "anche a scapito della privacy". Quando a volere il bavaglio era solo Berlusconi. Ma dopo una stagione di intercettazioni che imbarazzano tanti loro esponenti, i dem promuovono, e difendono la stretta che realizza i sogni di Arcore. Così i politici cambiano opinione a seconda che al telefono ci siano gli amici o i nemici.

E che dire dei comportamenti antisindacali di questo governo di pseudo sinistra? I dipendenti del Colosseo scioperano per gli straordinari non pagati allora il governo Renzi, nel giro di poche ore, reagisce con un decreto punitivo. Il sottosegretario ai Beni Culturali Francesca Barracciu, in un tweet, evoca addirittura il codice penale. L’assemblea dei lavoratori, secondo lei, è un reato. Farsi pagare gli straordinari è diventato un reato!

Il diritto di sciopero farà la fine dell’articolo 18? L’obiettivo, nemmeno troppo segreto, è proprio quello: toglierci tutto, un po’ alla volta, quasi senza che ce ne accorgiamo. E farci arretrare di decenni. Il capitale vince sempre, se non incontra resistenza nella società civile.

Ve lo ricordate Davide Serra, il finanziare amico di Renzi? Disse chiaro e tondo che il diritto di sciopero andrebbe limitato. Renzi lo ha timidamente corretto, ma in fondo nessuno gli crede: il suo modello di imprenditore non è Olivetti, ma un tale che risponde al nome di Sergio Marchionne. Nota la sua famosa affermazione ”In questo paese ha fatto più Marchionne che certi sindacalisti”. "Io sto con Marchionne” ha detto il segretario dei Dem nel suo intervento alla scuola di politica del Pd. Già, “il compagno” Marchionne che ha delocalizzato la Fiat dopo che per decenni questa aveva ricevuto miliardi e miliardi di lire a fondo perduto dallo stato italiano.

E’ di sinistra sottoscrivere col sangue la lettera che la Bce ci inviò nel 2011 ordinando la deregolamentazione selvaggia del lavoro, la progressiva eliminazione del welfare e la sua sostituzione con liberalizzazioni e privatizzazioni? “764 mila contratti a tempo indeterminato col Jobs act”, nel 2015. Di questi, 578 mila sono “trasformazioni” di contratti precari (fonte Inps); il saldo netto fa quindi 186 mila nuovi occupati. Per arrivare a questo, il governo ha impegnato almeno 16 miliardi per gli sgravi alle imprese (8mila euro a contratto), che nel 2016 sono stati dimezzati. Il miglioramento del mercato del lavoro, con la trasformazione di circa 600.000 assunzioni a tempo indeterminato in più nell’intero 2015 (secondo l’Inps), non è la conseguenza positiva del Jobs Act, bensì degli incentivi fiscali. Quando saranno esauriti tali incentivi, valutati tra i 16 ed i 18 miliardi di euro, gli assunti rischiano di essere licenziati. Comunque se dividiamo gli almeno 16 miliardi (spesi da Renzi per comprare il posto di lavoro alle 186 mila persone assunte con la sua riforma), per i 59 milioni di italiani, otteniamo un aumento del debito per ogni cittadino (neonati compresi) di 271 euro che vanno sommati ai già 40.714 euro che ognuno di noi ha sul groppone in termini di debito pubblico. Nell’Eurozona la disoccupazione scende a 10,4% a dicembre 2015; la disoccupazione giovanile al 22,0%; in Italia risale, attestandosi all'11,4% dall'11,3% di novembre; quella giovanile (15-24 anni) si attesta al 37,9%. Le “genialate” del governo hanno prodotto il risultato che (fonte Inps), “Nei primi 5 mesi del 2016 i contratti stabili sono scesi del 78% in un anno, peggio anche del 2014, mentre non si ferma il boom dei voucher, che registrano un’impennata del 43%”. Già i voucher, la bella invenzione per depenalizzare lo sfruttamento del lavoro nero:

Nel 2016 dunque iniziano anche i primi licenziamenti a tutele crescenti come per gli operai della cartiera Pigna Envelopes di Tolmezzo, in provincia di Udine. Assunti a marzo con il contratto a tempo indeterminato introdotto dal Jobs act, dopo soli otto mesi l’azienda li ha lasciati a casa. E’ bastato un calo di produzione, così sostiene l’impresa, e il posto fisso ha evidenziato tutta la sua fragilità. Eppure, la società ha potuto beneficiare dei generosi incentivi previsti dalla legge di Stabilità 2015, che esonerano il datore di lavoro dal pagamento dei contributi per tre anni. Ma questo è solo un timido inizio, per vedere appieno gli effetti delle “tutele crescenti” bisognerà, a mio avviso, attendere il termine di scadenza dei tre anni per i quali le aziende hanno goduto degli sgravi fiscali, solo allora scopriremo che il jobs act è stata solo una bolla di sapone che non ha prodotto nulla di buono ma solo danni all’economia e alla società.

Allora cosa si inventa questo governo, ben consapevole dell’inefficacia delle sue sanguinose manovre? Riforma della riforma Fornero! E giù, piovono critiche su critiche alla dannosità della legge Fornero, tanto che il Premier disse “Noi siamo qui a correggere errori di altri. Quando questa norma è stata votata io tappavo le buche della città di Firenze”. E’ iniziato così il discorso di Renzi prima del Consiglio dei ministri durante il quale è stato varato il decreto con cui il governo mette una toppa al buco delle pensioni aperto dalla sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato la norma Fornero.

A proposito degli “errori” della legge Fornero sulle pensioni è bene ricordare quanto diceva lo stesso Renzi nel 2012 e 2013, oltre a “tappare le buche” da sindaco di Firenze (sognando la segreteria del Pd e Palazzo Chigi), tappava anche la bocca a chi criticava la riforma con queste parole: “La riforma Fornero è giusta, a parte gli esodati” (ansa 28 novembre 2012); “La riforma delle pensioni della Fornero è seria, quella del lavoro timida e inefficace. Bene sulle pensioni, maluccio sul lavoro” (ansa 29 novembre 2012); “La riforma Fornero andava bene, perderò qualche voto (primarie 2013, ndr) ma lo dico. La riforma non era sbagliata ma va trovata una soluzione per gli esodati” (ansa 29 ottobre 2013). Insomma: altro che errori, Renzi promuoveva a pieni voti la legge, e la rimandava solo per gli esodati.

Quanto agli “altri” che avrebbero sbagliato ad approvarla, stupisce che Renzi non ricordi che a votare la riforma Fornero fu, se non lui direttamente, visto che non era (e non è mai stato) in Parlamento, certamente il suo partito, il Pd, sostenitore convinto del governo Monti. O meglio, non stupisce affatto perché Renzi ha una buona memoria, solo che fa di tutto perché non lo ricordino gli italiani. Nascono allora tanti progetti,  anche per le pensioni, come “la flessibilità in uscita” e secondo la sua logica puoi chiedere il mutuo alla banca (non necessariamente banca Etruria di babbo Boschi, ma comunque consigliata), per poterti ritirare dal lavoro e poi fare magari la fine degli esodati ma con una ipoteca sulla casa ed un mutuo da pagare. Per ora però Renzi si rimangia (come molte altre volte) la promessa sulla flessibilità: “Non abbiamo trovato soluzione per metterla in legge Stabilità”. All’inizio del suo mandato (per un po’ di pubblicità pagata dai cittadini), aveva invece inventato il bonus da 80 euro che a causa delle sue scelte in materia di lavoro è diventata una beffa per chi ha reddito basso. Sono infatti 341mila gli italiani il cui reddito del 2015 è finito sotto i 7.500 euro e che hanno dovuto restituire la somma allo Stato. C’è chi si è visto trattenere la somma “indebitamente percepita” perché ha un reddito troppo basso a causa della perdita del lavoro, della cassa integrazione, ecc. Addirittura c’è chi ha lavorato per un anno intero ma l’ha dovuta restituire perché la sua azienda non l’ha pagato e quindi ha perso il diritto al bonus perché ha guadagnato troppo poco. 80 euro lordi al mese in busta paga ma la restituzione deve avvenire in un’unica soluzione, un bella botta di culo per chi non arriva ad un reddito di 7.500 euro annui.

La squadra di governo ce la mette tutta per apparire ciò che non è, ma a costi insopportabili per i cittadini. Il debito pubblico nell’era Renzi è del 132,7% (in Germania del 78,4%), era pari a 2.107 miliardi di euro nel febbraio 2014, oggi,  secondo quanto si ricava dalle tabelle della Banca d'Italia è salito a 2.230,845 (dato 15 Giugno 2016). In due anni il governo Renzi ha aiutato i cittadini creando un ulteriore debito di 123 miliardi e 845 milioni di euro per un valore di debito procapite maggiore di 2.100 euro. Tale cifra, pagata da ogni cittadino, è abbondantemente sopra le due volte e mezzo i soldi percepiti in un anno, da una minima parte dei lavoratori, tramite gli 80 euro. Gli 80 euro sono stati solo un mezzo per far incassare soldi allo stato. Ovviamente però nell’intero debito pubblico sono già calcolati anche i costi per la nostra sicurezza, ogni giorno la nostra Repubblica spende quasi 50 milioni di euro in spese militari (48 nel 2016 per la precisione) di cui quasi 13 milioni al giorno per l’acquisto di nuovi armamenti. Spese che continuano a crescere, immuni da tagli, nonostante la Difesa continui a sostenere il contrario (cifre però tratte dal nuovo Documento programmatico pluriennale della Difesa 2016-2018). La sola parata del 2 Giugno tanto per fare un esempio, ogni anno ci costa almeno due milioni di euro. In Europa, ci possiamo però vantare di essere ai primi posti in classifica in materia di infrazioni europee. Un andazzo non certo edificante, che finora è costato all’Italia la bellezza di 183 milioni di euro di multe e sanzioni già versati a Bruxelles. Parecchi soldi. Che pure il nostro Paese avrebbe potuto risparmiare se solo avesse rispettato le regole di quell'Europa che tanto ha voluto e sostiene, ma evidentemente solo quando fa comodo. Nel nostro medagliere ci sono in totale 82 casi di infrazione che attualmente riguardano il Belpaese: 60 per violazione del diritto dell’Unione europea e i restanti 22 per mancato recepimento di direttive.

Continuano intanto gli annunci folcloristici da parte del premier del tipo: “7 miliardi in 7 anni per il dissesto idrogeologico”. L’anno scorso il piano doveva valere 9 miliardi, il ministro dell’Ambiente Galletti li ha poi ridimensionati a 1,3 miliardi. Contano però quelli stanziati e allora quanti sono? Tra leggi, decreti, delibere e dichiarazioni spacciate per cose fatte, nel 2015, circa 50 milioni, per il 2016 vedremo.

Promesse, promesse e dichiarazioni improbabili come quelle sulla riforma della Pubblica Amministrazione, ma chi crede di fare fessi il buon Renzi? Sappiamo tutti che lì ci sono i poteri forti della Repubblica e che lui non potrà mai cambiare nulla, pena il suo suicidio politico. Fino ad ora ha sempre e solo avuto il coraggio di favorire banche, Confindustria & C. ma non si è mai permesso di toccare il pubblico, i suoi interessi, le sue lobby e il suo potere. Lui comunque insiste e continua a promettere, tanto non costa nulla e magari qualche elettore distratto del PD ci crede anche, così promette persino l’abolizione di Equitalia entro il 2018 ma due anni fa il Pd votò contro la proposta del M5S per cancellarla.

 Nel 2014 i grillini avevano chiesto la soppressione della società partecipata da Agenzia delle entrate e Inps ma fu affossata in Aula da un emendamento di Marco Causi (Pd). Così, come per il referendum sull’Italicum, la data mai certa e spostata continuamente in avanti nel tempo, anche la riforma Madia slitta ancora in avanti, rinviando a Febbraio 2017 l’attuazione dei decreti sulla riduzione di uffici ministeriali e delle autorità di controllo, l'organizzazione dei ministeri, il Pra (pubblico registro automobilistico) e le semplificazioni in tema di sport. Ormai siamo abituati, la crescita avverrà sempre tra sei mesi, ma di mese in mese si corregge ai sei mesi successivi.

 

Ancora una volta ad ognuno la sua fetta. Potete scommetterci.