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Pubblichiamo una mail che si collega al tema sollevato dalla FDS sul problema scuola                  pub. 12/12/10

 

Ho letto con interesse (veramente leggo sempre tutto con interesse, ciò che viene pubblicato sul sito) il documento della Federazione della Sinistra sul progetto del Dr. Ferrari riguardante l'integrazione (almeno scolastica) degli stranieri.

 

Al netto delle schermaglie politiche e degli slogan ideologici sull'accoglienza, l'integrazione ecc., in cui non entro, e della mia scarsa esperienza in materia, vorrei comunque dire la mia, che potrebbe essere la "versione" dell'uomo della strada che solitamente si vede passare sopra la testa certe decisioni, senza capirle, mentre la concretezza del problema la vede eccome.

 

Premetto facendo notare che nello stesso documento c'è una piccola (involontaria) contraddizione, quando si dice "..Ci chiediamo dove sia l’efficacia di una classe che ospita 20-22 ragazzi per volta, diversi per lingua e per età?..", ma veniamo al nocciolo del problema.

 

Chi scrive forse non si rende conto di cosa significhi lavorare in classi con la metà degli alunni che hanno difficoltà a comprendere quello che si dice, che non hanno nessuno stimolo a stare "in pari" con gli altri o (peggio) dalle famiglie ricevono come unico segnale quello che la scuola "deve" dare un diploma che poi (forse) servirà per accedere a scuole di grado superiore o ad entrare nel mondo del lavoro; a mio modo di vedere la scuola è un potentissimo fattore di integrazione, ma deve avere gli strumenti per poter esercitare questa sua importantissima funzione, e se non si parte da una base comune unica, certa e condivisa, non si ottiene niente. Io penso che la lingua italiana sia in questo momento il piccolo scoglio in mezzo alla tempesta a cui aggrapparsi per avere qualche certezza, e qualche base comune su cui lavorare, per questo vedo bene questi "laboratori" o "classi ponte" (non mi interessa la terminologia, ma la sostanza) che devono servire per fornire, a chi non l'ha, la giusta padronanza della lingua per poi potersi inserire senza problemi nelle classi scolastiche e nella società civile. Chi è più competente di me potrà spiegare bene quanti equivoci possono nascere nella comunicazione senza padronanza, non solo del linguaggio, ma anche dell'atteggiamento, della gestualità, dell'intonazione; questo sì che crea ghettizzazione e separazione, mentre mi sfugge l'utilità di inserire un bambino in una classe con compagni magari più giovani e senza (o poca) possibilità di interazione per difficoltà linguistiche (a cui poi magari si sommano differenze e disagi propri dell'immigrazione).

Se poi i "laboratori" o "classi ponte" fossero aperti anche ai genitori, sarebbe ancora meglio.

Basterebbe chiedere agli insegnanti cosa ne pensano, ma forse ci sarebbero delle sorprese e quindi è meglio usare paroloni e documenti ben piantati sui principi generali e sicuramente condivisibili, piuttosto che scontrarsi con la realtà di tutti giorni.

 

Un secondo scoglio o ancora di salvezza dovrebbe essere la richiesta di rispetto delle regole (non aggrappiamoci alla cultura, alla storia, alla religione, per cercare di favorire l'integrazione, se la vogliamo veramente), ma qui apriamo un capitolo ancora più complesso, dove ancora dobbiamo fare un sacco di strada per farle rispettare a chi in Italia ci è nato e ci vive da generazioni, prima di riuscire a farle rispettare anche a chi cerca di viverci da molto meno.

 

Un saluto. 

 

 

                                                                            Lettera firmata ma il mittente ha desiderato rimanere anonimo